Urne funerarie

XVIII secolo, ultimo quarto sculture in marmo

Roma, Città universitaria, edificio del Rettorato

Provenienza: Roma, Museo Nazionale Romano (opere in deposito presso l’Università dal 1954)

Le due urne funerarie, corrispondenti alla tipologia a vaso, sono attualmente esposte nel corridoio del Senato Accademico all’interno del Palazzo del Rettorato, ivi collocate dal 1954 (BILLI, infra, pp. 96-97). La prima urna (Fig.1), costituita da un corpo di forma quasi emisferica, poggia su un piede a campana, scolpito con foglie e coronato da perline. La parte inferiore del corpo è decorato da foglie della medesima tipologia alternate a palmette, mentre la parte superiore è ornata da folti rami di alloro con bacche, il cui andamento curvilineo sembra armonizzarsi all’intreccio delle due anse laterali. Al centro del corpo è collocata una tabula ansata iscritta. Il coperchio è caratterizzato da una presa a bocciolo, dal quale si estendono elementi fitomorfi che ne seguono elegantemente la forma. La seconda urna (Fig.2) si distingue per un andamento più verticale e allungato ed è posizionata su un piede scolpito con foglie lanceolate, terminante, anche in questo secondo esemplare, con una fascia di perline sferiche. Il corpo è costituito da due sinuose anse laterali a voluta, dalle quali sembrano pendere altrettanti festoni di fiori e frutta. Al di sopra della tabula ansata iscritta, collocata al centro del corpo dell’urna, sono presenti un kyma lesbio e, nella porzione concava, una fascia di foglie che riprende l’orientamento degli elementi vegetali presenti sulla base. Il coperchio, caratterizzato da foglie d’acanto e rose, culmina anch’esso con una presa a bocciolo. I due manufatti provenivano originariamente dalla collezione tardo settecentesca del cardinale Francisco Saverio de Zelada. La vasta raccolta, che testimonia gli ampi e diversificati interessi del porporato, comprendeva anche un’importante collezione epigrafica, approfonditamente studiata da Maria Letizia Caldelli, che ne ha recentemente curato il catalogo (CALDELLI 2021). Date le molteplici mansioni che furono affidate al de Zelada soprattutto dalla seconda metà del Settecento, le sue collezioni si trovarono a insistere in diversi luoghi, fra cui il Vaticano e il Museo kircheriano presso il Collegio Romano, ed è proprio in quest’ultima sede che furono conservate le due urne in esame, prima di giungere al Museo Nazionale Romano, in seguito alla dispersione della collezione cardinalizia, avvenuta nel 1801, alla morte del porporato. Nell’ambito della raccolta epigrafica comparivano quindici urne iscritte, caratterizzate da stilemi costruttivi e decorativi fra loro molto simili, tali da poter essere considerate un “gruppo” omogeneo e coerente (CALDELLI 2008, pp. 1369-1370). La fattura delle suddette urne risale ad un periodo compreso tra la fine del settimo e dell’ottavo decennio del Settecento, ovvero l’epoca di costituzione della collezione de Zelada. La realizzazione di tali oggetti fu opera di botteghe, come quella del Piranesi o del Cavaceppi, che si specializzarono nella produzione in serie di manufatti all’antica e nella realizzazione di false epigrafi, copie integrali o parziali di originali prototipi, oppure iscrizioni ideate ex novo. In particolare, sembrerebbe probabile avvicinare i due manufatti in esame ai prodotti della bottega piranesiana di Palazzo Tomati in via Sistina a Roma, con la quale il cardinal de Zelada doveva essere entrato in relazione (CALDELLI 2008, p. 1374). Dunque, sebbene non sia possibile affermare con certezza che le due urne siano completamente di età moderna, né che siano costituite dall’assemblaggio e dalla manomissione di elementi antichi, le epigrafi, tuttavia, costitu- iscono inequivocabilmente dei falsi settecenteschi.

L’urna dall’andamento verticale (Fig.2) reca incisa sulla tabula ansata la seguente iscrizione (CALDELLI 2008, pp. 1367-1368; CALDELLI 2021, n. 321):

D(is) M(anibus).

Innocentissimo

qui bixit annis (!); <obiit> (scil. die) I (scil. ante) I=

dus Augustas, Gra=

5 tiano V et Taeo= dosio consulibus.

Il testo costituisce la copia moderna pressoché integrale dell’iscrizione su lastra marmorea pubblicata in ICUR, I 1438 e originariamente conservata nella collezione del marchese Alessandro Gregorio Capponi. La lastra, mancante dei margini superiore e sinistro, andò dispersa con il resto della collezione alla fine del XVIII secolo (FERRUA 1959, p. 3) e successivamente confluì nelle raccolte dei Musei Vaticani. Sulla lastra si legge la seguente iscrizione funeraria, posta per un defunto di cui abbiamo perso gli elementi onomastici e biometrici, mentre resta parte dell’indicazione del giorno della morte, con la datazione consolare al 380 d.C.: – – –

– – – / [- – – i]nnocentissimo qui bixit annis / [- – – i]dus Augustas, Gratiano V et Taeo/dosio consulibus. Il confronto con l’archetipo lacunoso spiega alcune incongruenze dell’epigrafe della nostra urna, come la mancata indicazione degli anni vissuti e il fraintendimento dell’aggettivo innocentissimo, che nel testo originale doveva accompagnare il nome perduto del defunto mentre nella nostra copia viene inteso come elemento onomastico (CALDELLI 2008, p. 1371). È da segnalare, inoltre, che la lettura della parte finale di riga 3 resta in- certa, dal momento che gli ultimi due caratteri, intesi come il numerale I e l’iniziale del termine Idus, sono in realtà due tratti obliqui incisi sul bordo dell’ansa destra (esterna al campo epigrafico è anche l’ultima riga, incisa sulla cornice della tabula). Sull’urna dal corpo emisferico (Fig.1) si legge, sempre incisa sulla tabula, la seguente iscrizione (CALDELLI 2008, pp. 1365-1367; CALDELLI 2021, n. 324):

D(is) M(anibus). Lesbiâe suâe quam unice ama=

vit Q(uintus) Catullus me=

5 rens posuit; vix(it)

an(nis) XVII, obiit q(uinto scil. die)

(scil. ante) calendas Iulii.

Si tratta in questo caso di un testo d’invenzione, di cui sono state individuate altre due copie con poche variazioni: l’iscrizione, CIL, X 344* su una lastra del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e l’epigrafe che fu vista dall’archeologo Guido Barbieri in una collezione privata a Roma in via del Corso (PANCIERA 2006, p. 1688), della quale non si conoscono ulteriori notizie. L’esistenza di tali ri- produzioni è certamente un’ulteriore prova della falsità del testo, nonché della fortuna di cui esso dovette godere. Il modello letterario dal quale fu desunto è il carme 58 di Catullo, nel quale il poeta, rivolgendosi all’amico Celio, esprime la propria delusione circa il comportamento immorale e dissoluto di Lesbia. La tragicità della vicenda amorosa ha evidentemente ispirato il falsario nel trasformare il sentimento di sdegno, di amara nostalgia e di acceso rimpianto per il passato, evocato dall’espressione illa Lesbia, quam Catullus unam / plus quam se atque suos amavit omnes, nella mesta e pia devozione dimostrata dal dedicatario Catullo alla morte prematura della sua Lesbia, che qui, a differenza della più matura Lesbia dei carmi catulliani, è un’adolescente di soli 17 anni. L’assenza di un modello epigrafico da seguire ha determinato nel testo della nostra urna vistose incongruenze, quali l’uso della sigla D.M., attestato soltanto dopo la metà del I secolo d.C., e la presenza stessa della data della morte, in cui tra l’altro il giorno compare inusualmente abbreviato all’iniziale q dell’ordinale quintus (invece che con la cifra V) e le calendae, scritte per esteso, sono seguite dal genitivo Iulii, invece che dall’atteso accusativo Iulias (CALDELLI 2008, p. 1366).

Maria Grazia Macciocca

 Francesca Tesoriere

Galleria Fotografica Arte in Sapienza