Pierio Valeriano

Scuola veneta

XVI secolo, metà (?) dipinto a olio su tela

Roma, Città universitaria, edificio del Rettorato

Provenienza: Roma, Gallerie Nazionali Barberini Corsini (opera in deposito presso l’Università dal 1954)

Tra le opere concesse in comodato alla Sapienza dalle Gallerie Nazionali Barberini Corsini il 7 agosto 1954 (BILLI 2023, p. 91) figura un enigmatico ritratto maschile. Sebbene nella scheda di catalogo (OA 12 00252395) sia indicato come un dipinto di ambito veneziano databile alla prima metà del XVIII secolo rappresentante un “egittologo”, esso raffigura in realtà l’umanista Giovanni Pietro Bolzani Dalle Fosse noto come Pierio Valeriano (1477-1558) (MAGGIONI 1982), autore del trattato Hieroglyphica dato alle stampe a Basilea nel 1556 (DALLE FOSSE 1556; GIEHLOW, RAYBOULD 2015, pp. 208-235; PASTORE STOCCHI 2001; PELLEGRINI 2002; ROZZO 2004). L’opera non si occupa di geroglifici nilotici, come potrebbe suggerire il titolo fuorviante, ma raccoglie una serie di emblemi, ovvero figure simboliche accompagnate da motti (VAGNONI, CASSINI 2015). Sulla scorta degli Hieroglyphica di Orapollo ristampati in greco nel 1505 e in latino nel 1517, durante il periodo rinascimentale si sviluppò un crescente interesse per la scrittura egizia interpretata in chiave ermetica e simbolica, che diede vita ad una serie di repertori di immagini di cui il più celebre resta l’Hypnerotomachia Poliphili (VAGNONI 2004). L’opera di Valeriano, inserendosi nel solco di questa tradizione e fondendo quella classica con i cicli dei bestiari medievali, godette di una fama ininterrotta e fu utilizzata come fonte d’ispirazione da diverse generazioni di intellettuali e di artisti (BARI 2021; CASSINI 2011; CIERI VIA 1999; FAGIOLO 2004). Si può ricordare a titolo esemplificativo che l’idea per l’immagine del delfino avvinto all’ancora scelta dal tipografo Aldo Manuzio come logo per le sue edizioni, fu tratta proprio dalla raccolta di geroglifici del Bolzani (DALLE FOSSE 1602, p. 696).

Il dipinto della Sapienza è pressoché sovrapponibile all’incisione in antiporta della prima edizione dell’opera, in cui è presente la stessa figurazione ma in controparte (Fig 1). Questo particolare è di estremo interesse perché indica che il ritratto non è stato copiato dalla stampa ma che ne è forse il prototipo. Esiste presso il Museo civico di Belluno un’ulteriore versione considerata di ambito vecelliano (FIOCCO 1962; SPIAZZI 1992, pp. 117-119; MANCINI 1994, pp. 87-88) e recentemente riportata alla mano di Cesare Vecellio (REOLON in c.d.s.) (Fig. 2), ma che si differenzia dall’opera in esame soprattutto per la figurazione presente nella stele sullo sfondo composta, in questo caso, da simboli generici di difficile lettura. Nel ritratto del Rettorato in- vece la figurazione allegorica, identica a quella dell’incisione, reca una sorta di piattello con appese quelle che sembrano essere delle fascine e, nella parte sottostante, un volto o una maschera circondata da due uccelli, probabilmente delle gru. Per sciogliere il senso dell’emblema bisogna, come si trattasse di un rebus, consultare l’opera scritta da Valeriano, come lui stesso sembra suggerire attraverso la gestualità della mano. In particolare, il significato attribuito alle gru si coniuga perfettamente ad uno studioso di geroglifici perché queste simboleggiano «l’huomo curioso investigatore della cose alte, sublimi, di quelle che sono remote dalla terra, dalla materia, perché questo uccello vola molto in alto, con velocità talmente, che vede molto d’alto, da lontano» (DALLE FOSSE 1602, p. 263). Riguardo la provenienza dell’opera, se ne ignora quella originaria. Nel catalogo dei dipinti delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini figura tra quelli acquistati dal Monte di Pietà (MOCHI ONORI 20081), ma leggendo l’elenco della vendita pubblicato nel 1875 non si riscontrano lotti che per soggetto, scuola o misure siano compatibili con il quadro in esame (Catalogo per la vendita di quadri 1875).

Antonio Marras

Galleria Fotografica Arte in Sapienza